Don Antonio Roia – Sacerdote e cultore di storia locale e tradizioni

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Don Antonio Roia, cultore di storia locale, regala uno spaccato della vita in Val Pesarina.
Eventi, questioni piccole e grandi, fatti e personaggi che hanno scandito il passare dei giorni e che rappresentano la “storia” di quel piccolo mondo che i valligiani chiamano “cjanal”.

Antonio Roia (Clicca qui) è nato a Prato Carnico il 4 gennaio 1875. La sua missione sacerdotale, iniziata il 30 luglio 1899, lo porta in varie località del Friuli per ritornare nel suo paese natale nell’ottobre del 1938 come cooperatore domestico del Parroco Don Paolo Valle. Alla morte di quest’ultimo ha l’incarico di reggere la Parrocchia di San Canciano in qualità di economo spirituale fino all’ingresso del nuovo parroco don Di Giusto nell’agosto del 1942. Muore il 16 luglio del 1943 all’ospedale di Udine e le sue spoglie riposano nel cimitero del paese natale.

Fin da giovane si interessa alla storia dei “Roia”, frequenta archivi pubblici e privati allargando le ricerche dalle vicende di famiglia a quelle del paese d’origine alla Carnia intera. Nei quarant’anni che lo hanno visto lontano dalla Val Pesarina si è sempre interessato del suo paese acquisendo notizie da parenti ed amici tramite corrispondenza o visite che di tanto in tanto compiva in occasione di ricorrenze religiose. Era un sacerdote con la passione dello scrivere, dell’annotare e del raccogliere tutto ciò che informava, filtrato attraverso il suo spirito concreto e tagliente di carnico.

L’archivio personale di don Roia è custodito a Tolmezzo presso il Museo delle Arti Popolari Michele Gortani. Sono oltre 21.000 pagine di documenti tra cui 800 lettere dove emergono ricchezza e vivacità di una lingua ormai scomparsa. Particolarmente interessante è la corrispondenza con monsignor Pietro Giorgis stesa in lingua maccheronica come il testo letterario “La leggenda delle perpetue” nel quale confluiscono latino, italiano e “cjanalot”: il carnico della Val Pesarina.

Innumerevoli sono anche le pagine di prosa in dialetto “cjanalòt” dove trovano spazio le vicende degli emigrati, le condizioni delle varie famiglie e la vita nel suo scorrere quotidiano.

Alcuni dei suoi racconti, anonimi o firmati con pseudonimo, sono stati pubblicati su riviste come “Il Strolic” e “Ce fastu?” (Clicca qui). L’uso dello pseudonimo potrebbe trovare spiegazione nell’inopportunità di esporsi al controllo della curia.

L’esordio a firma Roia risale al 1896 con “La casa delle streghe” su “Pagine Friulane”. È del 1998 “Contas, comèdias e macaròns” una raccolta di tutti i racconti contenente anche la riscrittura della commedia “La Filipa” e l’inedito “Ton massarion lienda”. Altre pubblicazioni riportano brani dei diari e delle lettere in riferimento alla Grande Guerra.

Carlo Quaglia, appassionato cultore di storia e tradizioni locali ha ripreso in mano tutta la “CRONACA CANALOTTA 1878 – 1942” di don Antonio Roia, l’ha rivisitata e l’ha pubblicata in fascicoli nei primi anni ’90 a beneficio dei paesani. Si tratta di 14 numeri (alcuni doppi) che Quaglia ha raggruppato per tematiche: notizie inedite, fatti mai sentiti, vicende e ambientazioni impensate a raccontare la storia della valle.

L’Amministrazione Comunale di Prato Carnico ha voluto ricordare e far conoscere alle nuove generazioni la figura di don Roia con due pubblicazioni, “Contas, comèdias e macaròns” (1998) e “Ai ven jù chei da Truja”, lettere a lume di candela” (2012), a cura di Carlo Tolazzi drammaturgo friulano che si è occupato della variante del carnico della Val Pesarina.